Pubblicato: venerdì 07 settembre, 2018 - Tempo di lettura: 3 min.

Interfibra - Internet veloce + chiamate illimitate a partire da 9  al mese Analisi logica dei terremoti e dei ponti

di MANUELA PETESCIA

I terremoti non sono prevedibili, dunque se e quando ci sarà una scossa di magnitudo più forte lo sapremo ora, tra 20 anni, o mai.

E lo sapremo, comunque, mentre accade.

Per fare un solo esempio, lo sciame sismico del 1986 che interessò Isernia, si concluse con un nulla di fatto.
Anche in quel periodo a Telemolise si passava il tempo in diretta ad elencare scosse, misurate su scala Mercalli, ma lentamente, dopo 45 giorni di danze non volute, quel fenomeno scomparve.

Il commento degli esperti fu che la terra aveva liberato l’energia a piccole dosi.

Non è stato così, purtroppo, nel 2009 in Abruzzo, dove – alla lunga sequenza di scosse telluriche – seguì un terremoto di magnitudo 5.8 della scala Richter con le tristi conseguenze che tutti conosciamo, e una macabra leggenda metropolitana narra che una famiglia composta da 4 persone aveva dormito all’addiaccio per un mese intero per poi far rientro a casa proprio quella notte in un tragico appuntamento con la morte.

La conclusione – ovviamente scontata e ovviamente banale – è che allo stato delle attuali conoscenze scientifiche è perfettamente inutile – oltre che insensato – tentare previsioni e distribuire consigli, e qualche sortita allarmistica dei giorni scorsi è sembrata finalizzata più al tentativo di coprirsi le spalle in caso la situazione molisana evolvesse nei modi di quella abruzzese − con i relativi strascichi giudiziari − che non alla reale volontà di difendere la popolazione dal terremoto.

E se anche il fenomeno tellurico molisano fosse generato da una faglia nuova, con un decorso differente rispetto ai precedenti terremoti – come è stato detto da diversi esperti della materia – nulla aggiungerebbe e nulla toglierebbe al ragionamento di partenza, visto che il decorso degli altri terremoti era stato altrettanto imprevedibile.

Insomma oltre ad affidarsi al buon senso e attendere la fine dello sciame fuori da quelle abitazioni che mostrino evidenti segni di usura o di cedimento, non sembra utile avventurarsi, visto che la nostra sete di certezze e di rassicurazioni non sarà appagata mai.

Alla luce di queste poche considerazioni, si può avviare un’analisi logica, più o meno logica, anche sullo stato del viadotto del Liscione e sulla lunga lista di ponti e viadotti molisani che giacciono abbandonati al loro destino da 50 anni, ossia dai tempi in cui furono costruiti.

Tanto per cominciare i fatti di Genova ci hanno insegnato che un ponte può crollare indipendentemente dai fenomeni tellurici, dunque procedere ai controlli a ridosso del sisma è giustissimo, certo, ma non protegge affatto né dall’ipotesi che il viadotto si sbricioli sotto i colpi improvvisi di un nuovo sisma più forte, né dall’ipotesi che crolli sotto i colpi lenti e inesorabili dell’usura e del tempo.

E’ dunque un dovere civile, oltre che morale, quello di pianificare nel più breve tempo possibile un’attività di manutenzione regolare, approfondita e costante sia del Ponte del Liscione che di tutti gli altri viadotti molisani, immaginando anche – al contempo – lo studio di un qualche percorso alternativo.

Perché, se allo stato delle conoscenze scientifiche appare ancora impossibile monitorare i capricci della natura, dipende dagli uomini, e solo dagli uomini, la responsabilità di combattere l’incuria.

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Editorialista: Pasquale Di Bello - Direttore responsabile: Manuela Petescia

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