Pubblicato: martedì 12 giugno, 2018 - Tempo di lettura: 2 min.

Regione, in pensione a 60 anni. Aboliti i vitalizi, scattano i primi emolumenti a favore degli ex consiglieri

di PASQUALE DI BELLO

Se non è zuppa è pan bagnato. Così recita l’adagio popolare che, dalle parti del Consiglio regionale, sembrano aver preso alla lettera. Parliamo del vecchio vitalizio che si è trasformato nella nuova pensione. “Sistema previdenziale contributivo”, recita la legge n. 9 del 4 maggio 2015 che, per la prima volta, finita la legislatura passata, trova applicazione. L’equivoco è già nel titolo, poiché di previdenza vale bene parlare laddove si è in presenza del sostantivo “lavoro”, concetto che mal si adatta alle funzioni di consigliere regionale. Quando ci imbattiamo in questo termine, il pensiero va ad operai e contadini piuttosto che alla classe politica. Il presidente Toma, forse consapevole di questo, è corso ai ripari e ha manifestato l’intenzione di collegare gli emolumenti alla produttività, aprendo quindi lo spiraglio alla effettiva introduzione del concetto di lavoro. Nella scorsa legislatura, ad esempio, per un consigliere regionale si sono spesi 9mila euro ogni volta che ha aperto bocca. In cinque anni, in pratica, ha parlato 69 volte. Abbiamo fatto i conti.

Questo orizzonte temporale, cinque anni, è il cardine della legge che ha trasformato il vecchio vitalizio in pensione. Ne hanno diritto, al compimento del 65° anno di vita, i Consiglieri che abbiano espletato cinque anni di mandato. La soglia di attribuzione, contrariamente a tutti i mortali, compreso quelli messi con le spalle al muro dalla riforma Fornero, in questo caso invece di alzarsi si abbassa. Esattamente a 60 anni di età, potendo essere scomputato dai 65, un anno per ogni anno di ulteriore mandato eccedente il quinto. In pratica se sei stato in Consiglio regionale per dieci anni, la pensione da consigliere scatta a 60 anni.

Ed è questo quello che accadrà ad alcuni tra gli ex inquilini che, insieme a Frattura, hanno di recente lasciato il Palazzo . Ed anche qui la legge regionale è un capolavoro di chiarezza. Per percepire la pensione, a carico del Consigliere spetta il versamento di una aliquota dell’8,80% sulla indennità di base. Su questo, tutto chiaro. E’ invece sulla parte che spetta al Consiglio che la legge dalla lingua italiana si trasforma in cinese antico. Per mescolare le acque, il legislatore ha scritto che la parte di competenza del Consiglio è pari a 2,75 volte quella del consigliere regionale. Era così difficile scrivere che la quota è pari al 24,2% che, come tutto, grava sulle tasche dei cittadini? Per andare sul concreto, nel caso in esame il consigliere versa oltre 7mila euro e la Regione ce ne mette invece più di 20mila.

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Il colmo della vicenda, come spesso accade per i fatti regionali, lo tocca la burocrazia. Scrivono i burocrati regionali, in una delle recenti delibere di attribuzione del trattamento previdenziale, che l’interessato ne avrà diritto al compimento del 60 anno. Peccato che lo stesso ne abbia già compiti 72. Forse un po’ di attenzione in più, dentro i sacri palazzi, non guasterebbe.

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