Pubblicato: giovedì 19 ottobre, 2017 - Tempo di lettura: 6 min.

Interfibra - Internet veloce + chiamate illimitate a partire da 9  al mese Petescia, Frattura e la Valle d’Aosta

di PAOLO DI LELLA (il Bene Comune)

Iniziamo dalle buone pratiche, una volta tanto. In Valle d’Aosta, poco più di una settimana fa, si è dimesso il presidente della Giunta regionale Pierluigi Marquis. Lo ha fatto prima che il Consiglio, convocato per l’indomani, votasse la mozione di sfiducia, sottoscritta anche dall’Union valdotaine progressiste, uno dei partiti che componeva la maggioranza. L’ex governatore era indagato per calunnia nei confronti del suo predecessore Rollandin, per aver inscenato il ritrovamento di 25mila euro in un cassetto della scrivania nell’ufficio del presidente, dando ad intendere che il bottino appartenesse al suo avversario, con l’evidente obiettivo di screditarlo.

Qualche giorno fa, a quasi mille chilometri di distanza verso sud, venivano rese note le motivazioni della sentenza di assoluzione – pubblicata già qualche mese prima – per Manuela Petescia, direttrice di Telemolise e il magistrato Fabio Papa , accusati dal presidente della Giunta regionale del Molise Paolo Frattura, di tentata estorsione ai suoi danni.
La Petescia avrebbe provato ad estorcere al presidente una somma consistente per la propria testata (400.000 euro), e avrebbe anche “proposto” a Frattura un disegno di legge per l’editoria, già confezionato.
L’impianto accusatorio poggiava su una fatidica cena, avvenuta a casa della Petescia, alla presenza del magistrato Papa, all’epoca titolare delle indagini su Biocom in cui era imputato l’attuale presidente della Regione, durante la quale la direttrice di Telemolise, affiancata da Papa, avrebbe minacciato Frattura (in presenza del suo avvocato, per giunta) di dare nuovo impulso alle indagini su Biocom nel caso in cui le proprie richieste fossero rimaste inesaudite.

Ebbene, la sentenza del Tribunale di Bari stabilisce che non c’è stata alcuna cena e che non vi sono prove del tentativo di estorsione. Anzi. E’ doveroso sottolineare (e però alcuni organi di regime hanno dimenticato di farlo) che il Tribunale, nello stabilire l’assoluzione, è ricorso al comma 1, una formula che descrive l’assoluzione piena, mentre il comma 2 avrebbe consentito a Frattura e Papa di mischiare le carte in tavola, come in effetti avevano provato a fare dando a intendere che la sentenza di assoluzione fosse scaturita da una insufficienza di prove invece che dall’accertamento della falsità delle stesse.

La verità è che dal processo gli accusatori escono privi di credibilità. Stando a quanto affermato dal giudice Diella, “la dinamica valutativa posta in essere ha consentito di accertare ed evidenziare una pluralità di inverosimiglianze e contraddittorietà in particolare nelle dichiarazioni che hanno costituito il fulcro della impostazione accusatoria, inverosimiglianze e contraddittorietà che hanno dimostrato l’evidente assenza di uno spessore di credibilità tale da consentire di porre dette dichiarazioni a base di una decisione di colpevolezza degli imputati. A tale assenza di “spessore” si deve poi aggiungere gli esiti, del tutto favorevoli per gli imputati, della consulenza tecnica fatta effettuare dal P.M. che non ha apportato soltanto elementi di non conferma della ipotesi accusatoria ma anche elementi di palese e irrimediabile contrasto con la stessa. Dunque non si tratta soltanto di una mancanza di conferme (passaggio sul quale puntava Frattura), bensì di elementi che contrastano irrimediabilmente con le conclusioni della consulenza tecnica.

Dalla lettura delle motivazioni, inoltre, emergono particolari non poco inquietanti, che aggravano la posizione di Frattura e del suo avvocato-testimone-accusatore Di Pardo.

La Petescia, comprensibilmente, un po’ per scaricare la tensione di questi ultimi anni in cui si è dovuta difendere con unghia e denti, un po’ per contrattaccare, ha voluto sottolineare alcuni passaggi del documento contenente le motivazioni del giudice Diella. Lo ha fatto qualche giorno fa in una conferenza-stampa che ha messo a dura prova i giornalisti presenti, se non altro per la durata.

Innanzitutto il tempus commissi delicti. Frattura, come abbiamo già raccontato in un precedente articolo, non ricordava in che giorno fosse avvenuta la cena. Non solo il giorno, ma neppure il mese! Gli inquirenti hanno dovuto analizzare la posizione dei cellulari dei 4 in un arco temporale molto ampio, fino a indicare il giorno del 22 come possibile data dell’incontro. Senonché la Petescia stessa, cioè l’imputata, aveva dimostrato che in quella data e nell’orario indicato dallo stesso Frattura come quello di svolgimento della cena, il Governatore stava partecipando ad una seduta del consiglio comunale di Termoli e che si era trovato in adiacenza dell’abitazione dell’imputata soltanto casualmente, cioè durante il viaggio di ritorno, percorrendo la bifernina.

Poi c’è il mistero del perché Frattura e Di Pardo abbiano presentato la denuncia il 17 dicembre del 2014, per fatti avvenuti ben 14 mesi prima. Scrive il giudice Biella: “può notarsi subito che la cena, nonostante la gravità dell’accaduto e lo sgomento che aveva provocato viene descritta in termini non approfonditi… non è in alcun modo chiarito perché, nonostante Frattura avesse avuto notizia nei primi mesi di gennaio del 2014 dell’apertura dell’indagine Biocom… non abbia reagito immediatamente, pur avendo compreso che il disegno criminoso di Papa e Petescia era in evidente fase di realizzazione”.

Sul ruolo di Di Pardo – la cui testimonianza era considerata credibile in quanto “teste estraneo” – il giudice scrive: “…La dedotta “estraneità” di Di Pardo tanto alla vicenda della legge regionale sull’editoria e tanto alla posizione e agli interessi di Frattura risulta smentita in atti… non pare proprio che Di Pardo cercasse di tenersi “alla larga” da Manuela Petescia o, soprattutto, che non si interessasse alle scelte di Frattura… le telefonate intercettate dimostrano la realtà e “la qualità” di tale rapporto Petescia – Frattura- Di Pardo e confermano che Di Pardo era impegnato ad elaborare una vera e propria “strategia per il futuro” di cui evidentemente Telemolise doveva in qualche modo far parte. Il contenuto delle conversazioni è poco compatibile con il “rapporto improntato a scarsa frequentazione e da non celata diffidenza” nei confronti della Petescia di cui Di Pardo riferisce in atti… il rapporto con la Petescia pare evidentemente diverso da quello descritto”.

Non possiamo qui, per ragioni di spazio, continuare l’elenco delle contraddizioni rilevate dal magistrato rispetto alle tesi accusatorie, ma quanto accennato – il documento originale contiene più di 170 pagine dello stesso tenore – è sufficiente, comunque, per dare delineare la sostanza di questa vicenda, ben riassunta nelle motivazioni: “Non vi è quindi alcuna necessità, nell’economia delle presenti motivazioni, di valutare un dato ulteriore, vale a dire la sussistenza di elementi a conferma della calunniosità delle accuse rivolte agli imputati, spettando al titolare dell’azione penale effettuare le valutazioni che sul punto riterrà più fondate, anche alla luce di quanto argomentato nella presente sentenza già contenente di per sé “materiale di interesse” per il P.M”.

Dunque, si sta condensando più di qualche nuvola nell’orizzonte a cui guarda Frattura. Nei prossimi mesi, il presidente uscente dovrà valutare l’opportunità – considerate le indagini in corso a suo carico per calunnia – di candidarsi a capo della coalizione di centro-sinistra (per così dire) per le prossime elezioni regionali di primavera. La stessa valutazione spetterà al PD. Il segretario regionale Micaela Fanelli, in una intervista che ci ha rilasciato qualche settimana fa, ha dichiarato che “la prassi è la riconferma del presidente uscente, salvo sfaceli”…

Sempre che qualcuno dai banchi dell’opposizione, in un sussulto di orgoglio, non presenti già da subito una mozione di sfiducia. Ma si sa che il Molise non è la Valle d’Aosta.

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Editorialista Pasquale Di Bello - Direttore responsabile Manuela Petescia

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