Pubblicato: domenica 15 ottobre, 2017 - Tempo di lettura: 7 min.

Il rispetto della verità secondo il quotidiano «Primonumero»

di MANUELA PETESCIA

Colpevolista dall’inizio, ripiegato sulle posizioni dell’accusa, degli avvocati delle parti civili (Regione Molise e Presidenza del Consiglio) e soprattutto di Frattura, di cui può essere considerato l’organo ufficioso, il quotidiano telematico «Primonumero» non cambia linea neanche all’indomani dell’uscita delle motivazioni della sentenza con la quale il giudice Antonio Diella, il 4 maggio scorso, ha assolto la sottoscritta e Fabio Papa dalle accuse di estorsione e altri gravissimi reati denunciati da Paolo Frattura, con la relativa richiesta di arresto per gli accusati e di sequestro per l’emittente Telemolise.

Il giudice Diella è chiarissimo: “La dinamica valutativa posta in essere da questo giudice ha consentito di accertare ed evidenziare una pluralità di inverosimiglianze e contraddittorietà in particolare nelle dichiarazioni che hanno costituito il fulcro della impostazione accusatoria, inverosimiglianze e contraddittorietà che hanno dimostrato l’evidente assenza di uno spessore di credibilità tale da consentire di porre dette dichiarazioni a base di una decisione di colpevolezza degli imputati” (p. 156 delle motivazioni).

E ancora:

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«Le risultanze delle perizie tecniche alla luce dei tabulati acquisiti non solo non forniscono ALCUN RISCONTRO al fatto che i quattro protagonisti della vicenda si siano potuti contestualmente trovare durante il mese di ottobre nell’abitazione di Papa, ma sostanzialmente ESCLUDONO con alto tasso di verosimiglianza che in una qualsiasi sera di ottobre i quattro protagonisti della vicenda si siano contestualmente trovati all’interno di quella abitazione» .
Traduco: non solo non c’è la prova della cena, ma c’è sostanzialmente la prova che la cena non c’è mai stata.

In sostanza, un conto è dire: “non sei credibile”; un altro è dire: “manca la prova certa, la prova regina, delle tue accuse”.

Un conto è dire “le celle non si incontrano”; un altro è dire “le celle escludono l’incontro”.

«Primonumero» si inventa, di sana pianta, la versione dell’insufficienza di prove e la espone a dispetto di ogni risultanza, piegando alla propria tesi le parole di un giudice. E lasciando coabitare riflessioni e interpretazioni inconciliabili.

Perché scrivere, come hanno scritto, l’assoluzione è piena perché manca la prova regina si traduce in un obbrobrio giudiziario: l’assoluzione è piena perché è dubitativa.

È una scorrettezza deontologica per la quale ritengo indispensabile l’intervento dell’ordine dei giornalisti. Un conto, infatti, è la linea editoriale; tutt’altro è l’ALLEGRA INVENZIONE di intere pagine processuali.

Sono parole inequivocabili – quelle del giudice Diella, che peraltro pubblicherò a breve – basate su una meticolosa ricostruzione di fatti, episodi, comportamenti, scrupolosamente elencati nelle 157 pagine delle motivazioni.

Pagine che assai stranamente, nella versione di «Primonumero», diventano “oltre 130”. A riprova, probabilmente, della reale contezza che i redattori avevano del documento, numerato pagina per pagina: sembra abbastanza evidente che davanti non avessero le parole di Diella messe nero su bianco nelle motivazioni, ma una versione già ‘filtrata’ di quelle parole, per costruire il ‘solito’ scoop.

Diella in realtà demolisce, ab imis, ogni parvenza di credibilità, tanto dell’accusatore principe, Frattura, tanto dell’unico testimone, Salvatore Di Pardo.

A partire dalla villetta in cui si sarebbe svolta la cena nell’ottobre 2013. Villetta che secondo Frattura è l’abitazione prima di Manuela Petescia, poi di Fabio Papa. Un “errore inspiegabile”, scrive Diella, “considerando lo straordinario ed emblematico rilievo del fatto che la cena si sarebbe addirittura svolta nella abitazione di un magistrato”, dove poi si sarebbe concretata “l’attività estorsiva e concussiva” (p. 80).

E infatti, come è possibile che all’epoca della denuncia (dicembre 2014) Frattura non ricordi se si trattasse dell’abitazione dell’uno o dell’altra, visto che in quella casa sostiene di aver cenato e di essersi intrattenuto per diverse ore con il proprietario? Poi la assoluta mancanza di “elementi che consentano di individuare con maggior precisione la data in cui la cena sarebbe avvenuta” (p. 25): una assenza di memoria “inaspettatamente comune ad entrambi i soggetti” (p. 64), accusatore e testimone, Frattura e Di Pardo, nonostante la enormità dei fatti a loro dire avvenuti.

Per nulla credibile anche il racconto di Frattura sul suo rapporto con la sottoscritta, accertato dal giudice – dopo una meticolosa verifica delle intercettazioni e dei tabulati telefonici – come “diverso da quello descritto” (p. 61).

Situazione, anche qui, comune a quella del testimone Di Pardo. Le motivazioni non lasciano spazi a dubbi: «non pare proprio che il Di Pardo cercasse di tenersi “alla larga” dalla Petescia» (p. 58). Una tesi che avevamo prospettato fin dalla prima memoria difensiva (maggio 2015) e che viene integralmente recepita nelle motivazioni, quando si parla di una realtà dei fatti che «pare poco compatibile con il “rapporto cordiale sebbene improntato a scarsa frequentazione e da non celata diffidenza”» di cui parla Di Pardo.

E «appare quantomeno “singolare” –  prosegue Diella – che lo stesso Di Pardo, testimone di un gravissimo tentativo di estorsione, comunque continui a contattare e farsi contattare proprio da chi aveva realizzato questo tentativo e partecipi ad una trasmissione televisiva con l’autrice dell’estorsione a metà ottobre 2013», con esplicito riferimento alla “memoria della Petescia e il filmato dalla stessa richiamato”, mentre i tabulati telefonici “dimostrano la prosecuzione dei contatti fra il Di Pardo e la Petescia fino alla fine di ottobre” (p. 62).

Così per la pretesa estraneità, terzietà e imparzialità del testimone, invocate in udienza da certi avvocati, suscitando l’ilarità generale. La «dedotta “estraneità”» del Di Pardo, taglia corto Diella, “risulta smentita in atti” (p. 36).

Una serie infinita di contraddizioni e di affermazioni sconfessate dai fatti, nell’assenza totale di dati concreti, positivi, precisi. E comportamenti ambigui, qualcuno, diciamolo pure, sospetto. Come lo sconcertante episodio di Frattura che nel febbraio 2014 denuncia la Gazzetta del Molise, essendo venuto a sapere che due agenti della Digos fornivano al direttore dell’epoca, Tommaso Di Domenico, informazioni riservate sulla inchiesta Biocom. Poi nel dicembre 2014, per lo stesso episodio, accusa Fabio Papa e la sottoscritta. E come poteva sfuggire a Diella la “illogica e incomprensibile circostanza” che nello stesso febbraio 2014 “Frattura abbia deciso di presentare un esposto in relazione alla fuga di notizie sul processo Biocom per tutelare la sua immagine e non abbia deciso invece di denunciare colui che, qualche mese prima, lo aveva minacciato”? (p. 69).  Arrivando, anzi, ad affermare: “la mia fiducia nella magistratura è totale”, riferendosi proprio al magistrato, Fabio Papa, che pochi mesi prima a suo dire lo aveva minacciato, e ora, in tutta evidenza, secondo il cervellotico teorema di Frattura, stava dando seguito alle sue minacce, mettendolo sotto indagine (p. 70).

Date, circostanze, fatti minuziosamente descritti nelle tanto attese motivazioni e disinvoltamente ignorati da «Primonumero». Il cui unico vero interesse è rappresentare il punto di vista di Frattura, e della sua difesa, che secondo «Primonumero» avrebbe “iniziato a valutare il ricorso in appello contro il verdetto di assoluzione”. Perché la sentenza “chiude il capitolo ma non il romanzo”.

La logica processuale è fantasiosa, priva di senso e lontana dalla realtà (la difesa di Frattura, tecnicamente, in sede penale non può presentare nessun appello), ma non importa, quello che conta è fornire l’immagine di un Frattura tronfio e sicuro di sé, nonostante le batoste rimediate nelle aule giudiziarie.

Di calunnia, sostiene «Primonumero», non si parla nelle motivazioni di Diella. Che “non trasmette gli atti automaticamente in Procura, come avrebbe fatto invece qualora avesse ravvisato negli atti del processo dichiarazioni mendaci e calunniose”. Non sarà questa la prova ulteriore che a «Primonumero» quelle motivazioni non le hanno mai lette? Perché Diella parla ancora più chiaro del solito: per quanto riguarda la sussistenza di elementi calunniosi – spiega – spetta «al titolare dell’azione penale effettuare le valutazioni che sul punto riterrà più fondate, anche alla luce di quanto argomentato nella presente sentenza (già contenente di per sé “materiale di interesse” per il Pm)».

Né corrisponde a verità che il Pm di Bari abbia aperto “un’inchiesta sulla base della denuncia per calunnia presentata da Manuela Petescia contro Paolo Frattura”, come scrive «Primonumero». Perché la Procura di Bari, fin dal deposito del dispositivo, aveva iscritto Frattura e Di Pardo nel registro degli indagati per calunnia.

Come del resto già annunciato dal Pm fin dalla prima udienza del processo.

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Editorialista Pasquale Di Bello - Direttore responsabile Manuela Petescia

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