Pubblicato: martedì 21 aprile, 2015 - Tempo di lettura: 3 min.

Sanità. Dal picco borbonico al reset regionale odierno.

di Claudio de Luca

Il “tema Sanità”, del cui stato le testate locali discettano quotidianamente (ma solo per aggiornare i lettori sui bisticci della politica e sulle proteste, ognora più tenui, dei Molisani), fa ricordare che – nel XIX Secolo – grazie ai Borboni, le “terre al di là del faro” avevano un grande avvenire dietro le spalle. Nel 1831, il Ministro degli Affari interni sottoscrisse una circolare per istituire un ospedale in ogni Distretto. Ferdinando II aveva decretato che la Provincia di Molise dovesse attivarne almeno tre (“uno in Campobasso, un altro in Isernia ed un terzo in Larino”) e che ognuno doveva avere “la dotazione di annui ducati 1.022 et grana 40 per lo mantenimento di 10 piazze”, da prelevare “sugli avanzi de’ luoghi pii, giusta proposizione del Consiglio degli ospizi”. Il Re sapeva che questo territorio era privo di strutture pubbliche per la cura degli ammalati poveri che potevano essere curati solo a casa. Ma, quando Venafro era parte del Casertano, aveva un ospedale sin dal 1672 che aveva assorbito piccoli luoghi di cura gestiti da confraternite; sinché, con i beni di queste ultime (cui si aggiunsero, nel 1866, quelli derivanti dalla vendita di una tenuta), nacque il “Ss. Rosario” con 40 letti, una cappella, una sala anatomica ed un giardino. Il nosocomio di Campobasso poté aprire i battenti nel 1845, grazie alla disponibilità dell’intera dotazione stabilita pure per i presidi sanitari destinati a sorgere negli altri capoluoghi di distretto. Fu solo nel 1910 che la struttura raggiunse la capienza di 20 letti. Per l’ospedale di Isernia bisognò attendere il 1886 quando l’istituzione fu collocata in un edificio che ospitava pure un asilo infantile. Ancora nel 1903 i letti erano 15 mentre Larino (con appena 6 posti-letto) riuscì ad inaugurare una propria struttura nel 1896; ma, già nei primi decenni del ‘900, poteva accogliere 20 pazienti e, di seguito, ancora di più. L’ospedale di Termoli venne inaugurato solo nel 1951. Prima gli ammalati potevano fruire di una struttura di fortuna, adattabile alle varie urgenze. Nel ‘54 venne attivata la Chirurgia, e poi la Pediatria. Seguirono, negli Anni ’60, il Laboratorio di analisi, il Servizio di radiologia ed il Reparto di ostetricia. Nel 1952 aprì Agnone (52 posti-letto, chirurgia, radiologia ed analisi), con una consistenza che lievitò soprattutto grazie alle donazioni di cittadini benemeriti, alle rimesse di chi era emigrato ed all’impegno dell’infaticabile on. Sammartino. Tutti questi dati (certosinamente ricercati da Giuseppe Mammarella) certificano l’attuale “decadenza delle umane sorti” molisane, sottolineando che, invece, i “biechi” Borboni avevano elaborato, con lungimiranza, un disegno fondamentale per il Contado, oggi “cancellato” dall’istituto democratico regionale. Nell’‘800, si era potuti andare su questa strada pure grazie alla generosità di nobili signori, alla fattività dei “quisque de populo”, di medici e di assistenti volontari che avevano posto a disposizione terreni, danaro e lavoro intellettuale e manuale, pur senza riceverne ritorni economici. Forse quello della vituperata dinastia spagnola era già un “governo del fare”; ma, in più, nella società molisana c’era una disponibilità diffusa verso il “bene comune”, sicuramente scarsamente riscontrabile oggi. Ora, si taglia soltanto; ma si tratta di sforbiciate irrazionali. Perciò ogni difensore del proprio campanile ha motivo di obiettare, in ispecie se ritenga di avere una storia che supporti la sua pretesa. E’ vero. L’interesse generale non va mai perso di vista, ma non è manco normale che storici ospedali spariscano di punto in bianco soltanto sulla base di una maggiore (o minore) potenzialità elettorale. A questo punto di non-ritorno, occorre prendere atto della situazione, non nascondendo che la stessa “rizzagliata” è avvenuta pure in altre Regioni, spendaccioni od oculate che fossero. Sarà pur vero, ma il dolore resta!

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